Murdoch senza Murdoch
James Murdoch si è dimesso da BSkyB, il canale satellitare che, prima che tutto il mondo gli crollasse sulla testa, era il suo obiettivo finale, quello più ambizioso, il colpo grosso del gruppo nel mercato del Regno Unito. Murdoch voleva la maggioranza in BSkyB (ora ha il 40 per cento), il governo stava valutando se concederla (ed era piuttosto favorevole), ma poi lo scandalo delle intercettazioni illegali ha travolto tutto, progetti e persone.

James Murdoch si è dimesso da BSkyB, il canale satellitare che, prima che tutto il mondo gli crollasse sulla testa, era il suo obiettivo finale, quello più ambizioso, il colpo grosso del gruppo nel mercato del Regno Unito. Murdoch voleva la maggioranza in BSkyB (ora ha il 40 per cento), il governo stava valutando se concederla (ed era piuttosto favorevole), ma poi lo scandalo delle intercettazioni illegali ha travolto tutto, progetti e persone.
Per molti aspetti, i danni sono stati contenuti rispetto all’onda d’urto iniziale: News of the World è stato chiuso, ma da qualche settimana è stato sostituito con il Sun on Sunday che ha recuperato buona parte dei lettori persi; molte persone coinvolte sono state risarcite: un costo certo, ma sostenibile; l’immagine è stata colpita in modo definitivo, ma il business continua a funzionare, e pure piuttosto bene.
L’unico che non s’è salvato – o che forse è stato sacrificato – è James Murdoch. S’è dimesso da gran parte delle cariche, è rientrato a New York lasciando l’adorata Londra (che non era soltanto la città preferita, ma la base da cui stava costruendo una versione alternativa, e forse conflittuale, del gruppo: meno intuito da tycoon, più strategie da manager), si è messo a disposizione degli inquirenti, è stato incastrato da scatoloni pieni di documenti saltati fuori per caso, in stanze sigillate da mesi, quando alla corte di Rupert Murdoch s’è iniziato a pensare al dopo scandalo, al dopo James.
Le inchieste continueranno a martellare il gruppo: dai giornali si è passati alle televisioni. Tra risarcimenti e smentite, è probabile che i colpi più forti saranno parati. Ma c’è un effetto che è difficile da fermare: la demurdochizzazione dell’azienda.
Gli investitori chiedono con insistenza che a prendere il posto di Rupert non sia uno che porti il suo cognome: sono convinti che il brand sia irrimediabilmente tossico e vogliono che James esca già ora dal board di News Corp. Chase Carey, il numero due di Rupert (ha formato più successori lui che nessun altro), ripete sornione che lui ha un vantaggio rispetto agli altri, oltre all’esperienza: non si chiama Murdoch.
I politici inglesi che hanno cavalcato la campagna anti Murdoch ora chiedono “una pulizia complessiva” dentro a News Corp. (come se fosse cosa pubblica, quest’enorme e produttiva azienda privata). Rupert ha sempre sostenuto una transizione famigliare. Ma questa volta potrebbe essere costretto lui, domatore di capitali, a subire e accettare la voce del mercato.